Venerdì, 11 Dicembre 2015 16:48

Ecco perchè Maduro ha perso le elezioni In evidenza

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Il Consiglio Nazionale Elettorale (CNE) del Venezuela ha confermato che l'opposizione antichavista ha ottenuto una maggioranza dei due terzi dei seggi in parlamento alle elezioni legislative di domenica scorsa. Nel dettaglio, la Mesa de la Unidad Democrática (MUD), l’alleanza trasversale delle opposizioni composta da organizzazioni, partiti (conservatori, liberali e socialdemocratici) e associazioni per i diritti civili, ha conquistato 112 seggi su un totale di 167i, a fronte dei 55 ottenuti dal Partito socialista unificato del Venezuela (PSUV) guidato dal presidente Nicolas Maduro.

Un risultato che a Caracas ha creato una situazione nuova: la convivenza tra un governo chavista e un parlamento con una maggioranza di opposizione. Questo potrebbe significare innanzitutto che Nicolas Maduro non potrà più governare per decreto, con l’assemblea legislativa incaricata solo di ‘ratificare’. Dopo aver vinto le elezioni presidenziali nell’aprile del 2013, infatti, Maduro ha sempre governato per decreto grazie alle cosiddette ‘leggi abilitanti’, promulgando le leggi senza bisogno dell’approvazione della camera.

Molti osservatori si interrogano sulle ragioni di questa bruciante sconfitta. Già prima del voto la questione non era tanto se l’opposizione avrebbe vinto, ma di quanto. E’ innegabile che il chiavismo goda ancora di un certo consenso, ma i segnali di rottura erano visibili già da tempo. Nel 2013 Maduro, il delfino dello scomparso Hugo Chávez, è stato eletto presidente con appena 235.000 voti di vantaggio sul leader dell'opposizione Henrique Capriles Radonski. In percentuale si trattò appena del 50,66 contro il 49,07. Capriles chiese il riconteggio, ma non c’era possibilità di errore in un Paese dove esiste il voto elettronico e lo scrutinio avviene perciò in tempo reale.

Quel voto ha segnato però una svolta politica importante per la coalizione che sino ad allora aveva avuto una presenza minore nella vita politica del Paese. Complice la crisi economica mondiale, la caduta del prezzo del petrolio, il crescente malcontento popolare, il Mud ha visto crescere la sua popolarità mentre quella del presidente Maduro iniziava il suo rapido declino.

Per questo motivo, le legislative di domenica scorsa sono state interpretate come una specie di voto di sfiducia del popolo sul governo e sul suo presidente, da tempo in grande difficoltà a causa della grave crisi economica, dell’inflazione, della diffusione della corruzione, dell’insicurezza dei cittadini e della persecuzione nei confronti del leader dell’opposizione.

A un passo dal baratro

La clamorosa sconfitta subita da socialisti è stata salutata come la fine della rivoluzione bolivariana inaugurata 16 anni fa da Hugo Chávez e ormai giunta ai titoli di coda, ma si tratta di una conclusione prematura. I socialisti non sono stati bocciati alle urne per ragioni ideologiche, ma per motivi di incompetenza economica, riflesse nella drammatica congiuntura che il Paese sta attraversando. Maduro denuncia che il suo governo è vittima di una ‘guerra economica’ lanciatagli dagli ambienti conservatori statunitensi e il coro di voci antiamericaniste si è subito unito alla sua.

In realtà, i dati macroeconomici dicono che i salotti di Washington c’entrano ben poco. Il Venezuela ha visto tutti i nodi venire al pettine in seguito in conseguenza della politica dei prezzi al ribasso avviata dall’Arabia Saudita in sede Opec, avviata per combattere la sovrapproduzione di oro nero derivante dalla rivoluzione dello shale oil made in Usa. Per la Repubblica già orfana di Chávez si è trattato di un brusco risveglio.

Il sogno era iniziato quando il defunto presidente ha dato vita al programma ‘Magna Reserva’ al fine di accertare tutte le riserve d’idrocarburi esistenti sul proprio territorio. In pochi anni Caracas ha appurato di essere seduta su un mare di oro nero: stando ai dati diffusi dall’Olade, l’Organizzazione latino americana dell’energia, solo in Venezuela, il bacino dell’Orinoco, esteso circa 55.000 kmq, custodirebbe ben 297 miliardi di barili, sufficienti a soddisfare l’intera domanda globale per quasi 10 anni. Per fare un paragone, l’Arabia Saudita, seconda, si ferma a quota 265 miliardi.

Questa ‘consapevolezza’ ha alimentato grandi speranze e ancor più grandi progetti. L’industria petrolifera avrebbe potuto essere la leva per lanciare lo sviluppo della nazione, ma ciò non è mai avvenuto. Nel volgere di pochi anni la politica del socialismo democratico, l’ossimoro su cui Chávez ha fondato tutta la sua azione (rectius: propaganda) politica, si è rivelata nient’altro che uno sperpero scandaloso e senza fine, con l’ulteriore aggravante di essere stata camuffata da concetti come eguaglianza e cambiamento. I sostenitori del chavismo esaltano i progressi in campo sociale (riduzione in pochi anni di povertà e analfabetismo, aumento della scolarizzazione, estensione dell’assistenza sanitaria a tutte le fasce della popolazione) senza però interrogarsi sul ‘prezzo’ pagato per raggiungerli. I proventi del petrolio sono infatti stati impiegati nei tanti progetti di welfare promossi dal defunto presidente, senza che però venisse fatto nessun controllo adeguato per evitare che l’assistenza si trasformasse in parassitismo – come è effettivamente avvenuto.

Nessun investimento è stato effettuato per potenziare l’industria, tuttora ridotta all’osso, o per favorire l’espansione dei servizi, creando così posti di lavoro; nessuna strategia per creare un sistema sociale efficiente ed organizzato; infine, cosa ancora più assurda, nessuna operazione di manutenzione della rete petrolifera. Il risultato è che, dal 1999, la PDVSA, la compagnia petrolifera nazionale, ha triplicato i suoi addetti e tuttavia diminuito la produzione di un quinto (da 3,5 milioni b/g agli attuali 2,9). Un crollo figlio di molte cause. Oltre a quelle già accennate – scarsi investimenti nell’innovazione e scarsa manutenzione – ve n’è una strutturale, che fin da subito avrebbe dovuto smorzare i facili entusiasmi: il petrolio venezuelano è ‘pesante‘ (heavy oil) o ‘pesantissimo‘ (extra heavy oil), ossia semisolido, di bassa qualità, al punto da richiedere di essere diluito per poter transitare nelle condutture.

Questo procedimento necessita dell’impiego di greggio leggero, che il Venezuela non possiede e che deve perciò importare. Arriviamo così al paradosso di un Paese con le maggiori riserve petrolifere mondiali, con una produzione giornaliera di 2,9 milioni di barili, costretto ad importare oro nero dall’Algeria, che ne produce appena la metà (1,5 milioni di barili nel 2013). Il greggio leggero non è nemmeno l’unico prodotto petrolifero che il Venezuela acquista da altri Paesi. Un comunicato firmato da 47 economisti, pubblicato all’inizio del 2014, riporta che le importazioni di derivati petroliferi sono arrivate nel 2013 a 165.000 barili al giorno, con un incremento dell’ 8,2% rispetto al 2012. Non si sa esattamente quanto viene speso attraverso gli accordi internazionali, ma è invece evidente che questi acquisti danneggiano i conti dello Stato venezuelano.

C’è poi un altro aspetto. Il Venezuela dipende dal greggio per il 96% delle sue entrate fiscali, pertanto il calo dei prezzi nell’ultimo anno ha rappresentato un colpo durissimo per le sue già asfittiche finanze. Non c’è da stupirsi che tutti gli indicatori macroeconomici siano in costante peggioramento. Al Paese servirebbe un prezzo internazionale del petrolio di 117 dollari al barile, al di sotto del quale si crea un buco di bilancio; le attuali quotazioni del Brent si attestano ad un terzo di quella cifra (43 dollari al 25 agosto). Per evitare il collasso finanziario, il governo ha aumentato le tasse sui beni di lusso ma non ha toccato i sussidi sulla benzina, che a Caracas costa meno dell’acqua: un centesimo al litro.

In altre parole, quando Maduro denuncia presunte guerre economiche ai suoi danni, dimentica che la fossa in cui il Paese sta precipitando l’ha scavata il chavismo con le proprie mani. Il dato politico che emerge dalle urne è di fatto la bocciatura totale nei confronti di un esecutivo incapace.

Cosa (non) cambierà adesso

All’indomani del rilascio dei risultati definitivi da parte del CNE, Maduro ha annunciato un rimpasto di governo: «Ho chiesto ai ministri che mettano i loro incarichi a mia disposizione, in modo che si possa iniziare un processo di ristrutturazione e rilancio per tutto il governo», ha detto durante il suo intervento televisivo settimanale, aggiungendo che vuole fissare «un’agenda per la nuova tappa della Rivoluzione, una tappa di correzione e di scossa». In altre parole: cari ministri siete pregati di dimettervi mentre io resto al mio posto...

Ciononostante, se Sparta piange Atene non ride. La (presunta) fine del chiavismo sancita dalle urne non comporterà affatto quella dei problemi che affliggono il Venezuela. Anzi, per l’opposizione il trionfo di domenica scorsa potrebbe rivelarsi una vittoria di Pirro.

In teoria, con una maggioranza qualificata di 3/4 gli antichavisti potrebbero approvare leggi autonomamente, comprese quelle di amnistia per liberare dal carcere gli oppositori politici, sull’approvazione del bilancio, sul voto di censura contro i ministri e altri provvedimenti, scavalcando così i veti dell’esecutivo, e perfino convocare un’assemblea costituente e mettere sotto impeachment il presidente.

In pratica, se il fronte antichavista riuscirà a mantenersi unito dopo aver sconfitto il ‘grande nemico’ è tutto da verificare. Il Mud, infatti, è in realtà una coalizione molto disomogenea composta da circa una trentina di partiti che in comune avevano - e hanno - soltanto un obiettivo: sconfiggere il chavismo. Per quanto esistente di fatto già dal 2006, la sigla è stata creata ufficialmente nel 2009. Al suo interno formazioni politiche che vanno dalla sinistra moderata all'estrema destra e una forte tensione tra moderati e radicali.

L'ala radicale del Mud è guidata da Leopoldo Lopez, recentemente condannato a settembre - al termine di un processo farsa - a 14 anni di carcere per incitazione alla violenza. Gli altri due leader radicali sono il sindaco (destituito) di Caracas, Antonio Ledezma (in carcere per aver complottato contro il presidente) e l'ex deputato Maria Corina Machado, la cui candidatura è stata bloccata dal consiglio elettorale.

L'ala moderata è guidata da quell’Henrique Capriles, governatore dello Stato di Miranda, un tempo astro nascente dell’opposizione antichavista, due volte candidato presidenziale e, come abbiamo visto, già sconfitto di stretta misura da Maduro nel 2013.

Per il Mud sarà dunque molto difficile gestire il fatto di essere maggioranza in parlamento nonché la coabitazione con il presidente. Ci avvieremo verso lo scenario di un Paese sempre più spaccato tra i sostenitori di un governo ormai decotto e quelli di una coalizione tutt’altro che unita, tra i nostalgici di una rivoluzione che (forse) non c’è più e i precursori di un cambiamento che (probabilmente) non ci sarà.

Letto 2575 volte Ultima modifica il Venerdì, 11 Dicembre 2015 18:07
Luca Troiano

Laureato in Giurisprudenza ed in Economia e Finanza. E’ Avvocato Penalista e Civilista ed esperto in diritto bancario. Si è sempre interessato di geopolitica ed ha fondato per passione il blog “GEOPOLITICAMENTE”, uno dei più visitati in Italia.

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