Mercoledì, 11 Novembre 2015 14:30

Le due visioni dell’economia - Parte 2 In evidenza

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La visione individualista del main-stream economico contrapposta alla visione Sistemico-collettiva - (parte 2)

Nella prima parte di questo articolo (leggi quiabbiamo analizzato la visione “conservatrice” dell’economia, questa è la visione veicolata dalla quasi totalità dei media, anche i network progettisti come abbiamo visto precedentemente spesso non riesco ad uscire dal solco conservativo.

La visione conservativa ci vuole spingere ad accettare nuovi e più bassi standard di qualità della vita, ci porta a considerare come  fisiologici gli alti livelli di disoccupazione oggi presenti in Europa e in ultima analisi ci chiede di approvare misure di austerità che ledono i nostri diritti.

Tutta questa compressione di diritti, di tutele sul lavoro sono motivate dal fatto che “non c’è alternativa” al modello dominante conservativo, Bill Mitchell tramite i suoi studi avvalorati dalle ricerche dall’esperta di comunicazione Anat Shenkar-Osorio ci dimostra che un’alternativa c’è.

La figura 2 rappresenta un’ alternativa al modello precedentemente esposto , qui potete vedere come l’economia lavori per i nostri interessi, per i nostri scopi come una sovrastruttura creata da noi stessi, le persone in questo modello sono totalmente incorporate all’interno del sistema e il sistema nutre le persone come parti integranti dello stesso.

Questa immagine ci suggerisce una nozione fondamentale: siamo noi che, in stretta connessione con l’ambiente circostante, ci poniamo tutta una serie di obbiettivi che riteniamo importanti per il nostro progresso. L’economia è uno strumento che lavora per nostro conto. Tutto il dibattito su cosa la politica dovrebbe fare, su cosa sia giusto o sbagliato dovrebbe essere esclusivamente collegato al livello di benessere che vogliamo raggiungere, oggi invece tutto il dibattito si concentra nel discutere su quanto ancora l’economia dovrebbe crescere.

 Da questo punto di vista possiamo vedere come l’economia sia un mero strumento nelle mani dell’uomo, tutti gli interventi di politica economica dovrebbero essere valutati in funzione di quanto siano utili a raggiungere i nostri obbiettivi, i progressisti a questo punto dovrebbero ragionare in termini di avanzamento del benessere pubblico, di come massimizzare la qualità della vita di ogni cittadino in un contesto di sostenibilità ambientale. Da questo punto di vista gli obbiettivi socio-economici diventano il nucleo del ragionamento economico. Questa prospettiva fa da eco ai principi di finanza funzionale espressi da Abba Lerner (1943).  In accordo con ciò ritroviamo anche la base del pensiero economico MMT, il quale  ci suggerisce quanto siano irrilevanti gli obbiettivi di budget di bilancio se non si considerano allo stesso tempo anche gli obbiettivi di progresso umano che i cittadini si pongono.

Seguendo tutto questo filone narrativo sono le persone che creano l’economia. Non c’è niente di “naturale” in tutto ciò. Concetti come il tasso naturale di disoccupazione che implicano politiche dove si lascia al mercato la capacita di riequilibrare naturalmente il giusto livello di occupazione sono infondate. Il governo può sempre scegliere di sostenere i suoi obbiettivi occupazionali. Noi abbiamo creato il governo per fare tutte quelle cose che da soli non potremmo fare con facilità, proprio come un qualsiasi agente o intermediario. Allo stesso tempo ci rendiamo conto che gli obbiettivi che ci poniamo possono essere raggiunti solo se ci sono dei soggetti istituzionali preposti ad evitare sviste e per controllare che tutto vada nella direzione precedentemente decisa.

I due modelli che sono stati esposti potrebbero essere riassunti come segue: figura 1 visione individualista, figura 2 visione collettiva. Per i progressisti la visione collettiva è importante perché essa provvede a giustificare tutta quelle misure politiche utili a ridistribuire i costi ed i benefici dell’attività economica. I progressisti hanno storicamente argomentato come il governo deve necessariamente creare possibilità lavorative se il settore privato fallisce nel creare il giusto livello di occupazione. In sostanza, per collettivo si intende la possibilità per il governo di utilizzare la leva del deficit di spesa pubblico per assicurare posti di lavoro per tutti quelli che vogliono lavorare.

La competizione fra questi due modelli precedentemente esposti nei due grafici ha generato un acceso dibattito all’interno delle istituzioni accademiche. Il dibattito si può dire che sia iniziato con la grande crisi del 29, una crisi che ci ha insegnato quanto l’intervento pubblico sia necessario per governare l’imprevedibile caos degenerativo delle force che operano scollegate fra loro all’interno del sistema capitalistico. Noi tutti da quella esperienza imparammo che il così detto “mercato” non può far raggiungere da solo livelli soddisfacenti di occupazione e che lo stesso può facilmente arrestare la sua capacità di assunzione generando fenomeni di ampia disoccupazione. Abbiamo inoltre imparato che la condizione di depressione economica è stata  generata da una mancanza di spesa e che questa mancanza di spesa può essere supportata dalla capacità del governo di intervenire garantendo a tutti la possibilità di lavoro se realmente lo vogliono.

Dalla crisi del 29 e in risposta ad essa abbiamo appreso che l’economia è una nostra costruzione, uno strumento e che noi possiamo controllarla attraverso la politica fiscale e la politica monetaria in modo da creare un elevato livello di qualità della vita per l’intera collettività. La crisi del 29 ci ha forzato a ragionare su come interpretare l’economia, comprendendo come essa sia una nostra creazione, progettata per generare benefici per tutti noi, non più quindi un’economia percepita come un’entità astratta che distribuisce premi o punizioni secondo una logica morale pre-impostata. Da questo si è dedotto che il governo non è un “arbitro morale” ma un’entità funzionale al perseguimento dei nostri scopi. Questo patrimonio di esperienze che abbiamo accumulato durante la grande depressione del 29 è stato completamente rigettato dagli economisti neo-classici ma c’è di più nel corso degli ultimi 60 anni (complici anche gli shock petroliferi degli anni 70)  i conservatori hanno avuto la meglio imponendoci la loro visione del mondo dove l’economia è al centro mentre la popolazione e l’ecosistema ai margini.

Come sono riusciti in tutto ciò, chi ha finanziato il loro progetto, che interessi ci sono in ballo?

Tutte queste domande troveranno una loro risposta nel prossimo articolo

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Letto 726 volte Ultima modifica il Mercoledì, 11 Novembre 2015 14:51
David Lisetti

Marketing manager per Lisetti Immobiliare e responsabile pubbliche relazioni per FEF Academy.. Appassionato di economia, energie rinnovabili e interessato al comprendere le “dinamiche interiori che ci spingono a fare ciò che facciamo”. E’ di questo che adora scrivere integrando questi temi ad altri più complessi come l’economia, la macroeconomia e la geopolitica convinto che “la contaminazione fra diversi ambiti di studio sia preferibile alla purezza”. Cerca di ragionare in modo "sistemico" non "schematico". Nel tempo libero collaboro come volontario al
progetto di informazione MEMMT, famosa associazione di cui è stato vicepresidente fino a luglio 2015.

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