Sabato, 09 Gennaio 2016 11:57

Il difficile mestiere di cronista in Calabria: il caso Platì In evidenza

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Avevo già scritto di Platì (RC) e non ero mai stata troppo generosa, soprattutto sulle ultime apparizioni politiche che, a mio personalissimo parere, hanno speculato sulle macerie di una democrazia che ha pagato il prezzo di uno Stato assente e indifferente. E i platiesi non me l'avevano mai perdonato, perché se è vero che quella piccola cittadina aspromontese è la culla del narcotraffico internazionale e la casa di tante, troppe famiglie mafiose nonostante una popolazione inferiore ai 4mila abitanti, è pur vero che la maggior parte di essi ha fame di giustizia e liberazione, ha fame di diritti che sono stati loro negati e ha una gran voglia di dire al mondo che l'etichetta mafiosa che è stata loro cucita addosso è un mero pregiudizio privo di qualsiasi fondamento. Ed è così. A Platì ci sono medici, avvocati, professionisti di successo e onesti lavoratori, che per vivere hanno scelto la via del sacrificio, così come la maggior parte dei comuni mortali. Sono che a Platì mancano le strade, l'acqua, i campetti di calcio, i musei, i cinema, i teatri e persino un oratorio. Questo è un dato di fatto. E ci sono una quindicina di giovani platiesi sono in cura presso il Sert. Anche questo è un dato di fatto. E ci sono i bunker sotterranei usati dai più pericolosi latitanti della Locride, ci sono due scioglimenti per mafia del Comune che gravano sulla dignità storica di Platì e e ci sono le foto dei cartelli stradali trivellati da colpi di pistola, ormai sostituiti, ma che circolano ancora su internet e rievocano le sanguinose guerre tra clan degli anni '80/'90. E poi ci sono il sequestro di Alessandra Sgarella, imprenditrice milanese sequestrata sotto casa, per cui venne arrestato, nell'ambito di una folta retata, il capobasatone Giuseppe Barbaro, reggente dell'omonima cosca di Platì e quello di Cesare Casella, entrato tristemente nella storia non tanto per essere il più lungo e tormentato, ma per il coraggio di sua madre, Angiolina Montagna meglio nota come Angela Casella, che a Platì sfidò i rapitori di suo figlio protestando in una tenda montata davanti la chiesa. A dieci metri dalla caserma dei Carabinieri.

In tutto questo i giornalisti hanno la grave colpa di riportare i fatti, perché poi la gente si convince che i platiesi, ma succede in generale per tutti i calabresi, che siano tutti 'ndranghetisti. Io in particolare, in questi ultimi mesi ho avuto la colpa di "negargli" le speranze di un cambiamento quando, come molti miei colleghi, avevamo provato a metterli in guardia da un Pd di indagati che era andato a sfilare nel maggio scorso in nome della legalità. Molti di quei volti sono poi finiti in altre inchieste e Nino De Gaetano fu addirittura arrestato a seguito di un filone di inchiesta di rimborsopoli della Regione Calabria. Non solo, il circolo del Pd inaugurato in quegli stessi giorni, ha chiuso i battenti poche settimane addietro senza che fosse mai stato indetto neppure un congresso mai distribuita neppure una tessera di partito. Tutto come previsto.

Ma nei giorni scorsi l'astio si è trasformato in sprezzo, in odio, in violenza verbale. E i post che vedete in fondo alla pagina sono solo una parte, una minima parte, di quelli giunti privatamente e non sul mio profilo facebook. La scintilla è un mio commento ad un lancio dell'Agenzia Ansa nelle ore successive alla morte di Francesco Sergi, 36enne incensurato, ucciso da un colpo di pistola alla nuca sparato nei pressi di un casolare delle campagne di Platì. In un primo memento gli inquirenti ipotizzano un agguato, come scritto nel testo, così io scrivo: «Uomo ucciso in un agguato a Platì. Ma quelli brutti e cattivi sono i giornalisti che descrivono Platì come un posto ad alta densità mafiosa».

Tanto è bastato perché per quattro giorni io diventassi il bersaglio preferito di molti platiesi, soprattutto quando, poco dopo, la notizia dell'agguato lascia definitivamente il posto alla teoria della tragica fatalità. A nulla è valso spiegare loro che l'articolo non era mio, che la notizia era comunque stata diffusa in seguito alle prime dichiarazioni degli uomini dell'Arma e, soprattutto, che l'alta densità mafiosa rimane comunque. Avrei voluto chiedere loro, a un certo punto della diatriba, se per loro sia normale maneggiare una pistola fino ad uccidere, se quella pistola fosse regolarmente detenuta e se fossero certi della teoria fatalista, ma cercare la ragione a ogni costo mi sembrava troppo irrispettoso nei confronti della vittima, che lascia moglie e figli, e del dolore dei suoi familiari. E di fronte al dolore è necessario fare un passo indietro.

Ma questo è solo l'ultimo episodio, in ordine cronologico, in cui insulti e minacce fanno capolino. Oggi è Platì, ieri era Locri, prima ancora Oppido Mamertina, ma anche la mia Praia a Mare, i preti, i sindaci, i pedofili. Perché fare il cronista in Calabria è due volte più difficile che in qualsiasi altro posto: all'omertà e all'arretratezza di certi posti, si aggiungono arroganza e prepotenza. Ma non voglio che si dica di me che sia un'eroina, perché chi sceglie di fare questo lavoro sa bene a cosa va incontro, e lo fa lo stesso.

 

Letto 2064 volte Ultima modifica il Sabato, 09 Gennaio 2016 14:18
Francesca Lagatta

Giornalista dal 2015, ha studiato psicologia presso l’Università Federico II di Napoli cominciando a collaborare fin da subito per alcuni giornali locali della Calabria. Collabora con Alganews, Hi Tech Paper, Notìa e Identità Insorgenti, La Sia Press, Echi del golfo, Diogene Moderno e la rivista satirica Soppressatira. In passato ha scritto per il blog L’Ora siamo Noi ed è stata corrispondente per il quotidiano La Provincia di Cosenza. Nell'aprile scorso ha partecipato al programma ideato e diretto da Antonella Grippo su Vive voce Tv, “Perfidia. Che fai, mi cacci?”. Attualmente è addetta stampa per l'associazione nazionale contro la pedofilia clericale, "Rete L'ABUSO ONLUS", e per l'associazione nazionale "Una lotta x la vita", che si occupa di bambini disabili. Da qualche giorno risulta corrispondente del giornale L'Ora, quotidiano tra i più antichi d'Italia. 

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