Giovedì, 19 Novembre 2015 11:19

Parigi: il fallimento dell'intelligence In evidenza

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La strage di Parigi è stata anche il frutto di un fallimento dell’intelligence. Sette attacchi simultanei perpetrati da sette diverse cellule in campo, secondo una vera e propria azione di guerriglia non dissimile dalla dinamica dei combattimenti sostenuti dai miliziani dello Stato Islamico sui fronti iracheno e siriano. Tutti gli attentatori coinvolti, peraltro addestrati e pesantemente armati, erano ampiamente noti alle forze francesi. Uno di loro era stato in Siria, un altro in Algeria. Due sono giunti attraverso la Grecia. Niente cani sciolti impossibili da stanare, stavolta. Il primo individuato, un francese cresciuto nelle banlieue parigine, era anche noto agli agenti segreti francesi. Nessuna scusa, dunque, per gli 007 a cui è affidata la sicurezza del paese: Patrick Calvar, responsabile della Dgsi (Direction générale de la sécurité intérieure) e Michel Guerin, a capo del dipartimento antiterrorismo.

Eppure i segnali c’erano tutti. Lo scorso 26 ottobre un rapporto dei servizi di sicurezza transalpini, rivelato da radio France Info, evidenziava l’altissimo rischio di attacchi trasversali compiuti da cellule terroristiche che agiscono “lontano da casa”, ossia in Stati diversi da quelli dove risiedono abitualmente. Jihadisti francesi che lanciano un attacco in Spagna o in Germania mentre i miliziani tedeschi o spagnoli compiono attentati in Belgio o in Francia. Questi attentati “trasversali” sono più facili da eseguire perché consentirebbero ai terroristi di sfuggire più facilmente al controllo dei servizi di sicurezza europei. Manca infatti una condivisione d’informazioni tra le varie intelligence, per cui un “foreign fighter” francese appena rientrato dalla Siria ha infatti molte possibilità di venire controllato dai servizi di sicurezza di Parigi, decisamente meno da quelli di un altro Stato europeo se si reca all’estero, almeno nei primi giorni. Per avere un’idea di quanto il rischio sia elevato anche nel resto d’Europa, basti ricordare che di recente Andrew Parker, reponsabile del MI5, il controspionaggio britannico, ha annunciato nei giorni scorsi che lo Stato Islamico sta preparando attacchi su vasta scala nel Regno Unito dove negli ultimi 12 mesi sono stati sventati sei attentati.

I jihadisti sembrano quindi puntare sulla limitata condivisione di informazioni circa i potenziali terroristi islamici tra i partner Ue. Ciò ha consentito loro di avere il tempo necessario a pianificare la logistica degli attacchi senza che gli 007 parigini se ne accorgessero per tempo. Salvo magari scoprire - e non è detto che non accada - che qualcuno dei terroristi era già inserito nella lista dei sospetti più pericolosi sui cinquemila schedati dall’antiterrorismo, ma era riuscito a eludere controlli e intercettazioni della Dgsi.

E dire che l’intelligence transalpina era pronta e un’azione terroristica del genere, condotta cioè con tecniche di guerriglia come già avvenuto nel raid della redazione di Charlie Hebdo e nell’Hypercacher di Porte de Vincennes (17 morti e 11 feriti), se l’aspettava eccome. Non a caso voci di corridoio parlano di decine di tentativi di attentati scoperti negli ultimi tempi. Ma in quasi tutti questi casi si parla di azioni di lupi solitari. L’intelligence non era invece preparata a prevenire un’azione di guerriglia urbana, con gruppi armati coordinati che hanno colpito più obiettivi contemporaneamente e non sensibili, quindi più facilmente raggiungibili. Una modalità che ricorda molto quando avvenuto il 26 novembre 2008 a Mumbai, in India, quando una catena di dieci attentati simultanei provocò ben 195 morti.

La strage di Charlie Hebdo e del supermercato kosher erano già state un pessimo segnale d’allarme per un altro motivo. Qualche giorno dopo venne fuori che i servizi segreti e il dipartimento di Giustizia sapevano tutto dei tre terroristi coinvolti nei due massacri. Sapevano che i fratelli: Said e Cherif Kuoachi e Amedy Coulibaly appartenevano alla filiale yemenita di Al Qaeda. Sapevano dei loro soggiorni in Medio Oriente dove si erano addestrati e della loro adesione al Jihad ma si fecero sfuggire la moglie di Coulibaly, poi fotografata dalla polizia turca all’aeroporto di Istanbul mentre cercava di fuggire in Siria dopo l’attentato. Nella lista della Dgsi c’era pure Ayoub al-Qahzzani, autore del fallito attentato d’agosto sul Tgv Parigi-Amsterdam. E adesso la nuova, terribile disfatta di venerdì sera potrebbe costare la poltrona a Calvar e Guerin, “colpevoli” di non aver saputo evitare l’11 Settembre della Francia.

Per quanto riguarda uno dei teatri della strage di venerdì, il Bataclan, si tratta di un locale da tempo nel mirino dei fondamentalisti. Appartiene a proprietari ebrei ed è spesso sede di conferenze e manifestazioni di organizzazioni ebraiche. Secondo la polizia, alcuni membri di Jaish al-Islam (l'Esercito dell'Islam), sospettati dell'attentato costato la vita a una studentessa francese al Cairo nel febbraio 2009, in passato hanno progettato un attentato in Francia prendendo come obiettivo proprio la celebre sala da concerti parigina. Nel 2007 e nel 2008, il Bataclan subì minacce di gruppi radicali islamici per aver ospitato conferenze e manifestazioni di organizzazioni ebraiche e pro Israelne, tra cui una del Magav, le guardie di frontiera della polizia israeliana. Nel 2008 comparve sul web un video che mostrava una decina di giovani con il volto coperto dalla kefiah che minacciavano i responsabili del locale per l'organizzazione del gala annuale del Magav. La festa, in quell'occasione, fu annullata.

Un altro punto è che nelle prime ore la stampa francese ha scritto che vicino ai corpi di due attentatori sono stati trovati due passaporti: uno siriano e uno egiziano. La notizia non è stata confermata dal governo francese, ma Nikos Toskas, sottosegretario del governo greco, ha detto che uno dei passaporti trovati vicino al luogo degli attacchi appartiene a un cittadino siriano che lo scorso 3 ottobre era passato per l’isola greca di Leros, dove sarebbe stato registrato secondo le regole europee. Il passaporto siriano ha aperto alle ipotesi della “pista siriana”, ma in realtà si è poi scoperto essere un documento falso, come afferma una fonte degli 007 Usa alla Cbs, citata dall’Ansa. «Il documento non contiene i numeri corretti per un passaporto legittimo e la foto non coincide con il nome», afferma lo 007 alla Cbs. In effetti la contraffazione di passaporti siriani è una pratica molto diffusa. Il passaporto egiziano, invece, si è appreso che apparteneva a una delle vittima.

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Luca Troiano

Laureato in Giurisprudenza ed in Economia e Finanza. E’ Avvocato Penalista e Civilista ed esperto in diritto bancario. Si è sempre interessato di geopolitica ed ha fondato per passione il blog “GEOPOLITICAMENTE”, uno dei più visitati in Italia.

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