Domenica, 03 Gennaio 2016 13:25

'Ndrangheta e speculazione, il caso Sporting Locri In evidenza

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Sono calabrese, una giornalista calabrese, e molto spesso mi vergogno più della finta antimafia che della 'ndrangheta. Forse un po' per abitudine alle notizie su quest'ultima, forse perché la speculazione delle persone "perbene" su di essa è anche due volte più ignobile.

Sei mesi fa pensavamo di aver visto tutto. Un Pd di indagati aveva dato il via ad un infima campagna pubblicitaria facendo leva sulle macerie della democrazia in quel di Platì (RC) a suon di ospitate tv e copertine di giornale, per finire, poi, con l'immagina distrutta dei platiesi e la chiusura del circolo del partito ancora prima che fosse mai stato indetto il primo congresso. Ma sull'aver visto tutto evidentemente ci sbagliavamo. Stavolta si gioca al massacro nella cittadina di Locri, sempre in provincia di Reggio Calabria, sul versante ionico, ma gli aspiranti paladini di giustizia sono molti di più e la distorsione della verità tocca punte vertiginose. O vergognose. E con il tacito consenso di tutti. 

Ma veniamo ai fatti. Lo Sporting Locri, squadra di serie A del calcio a 5 femminile, rimane vittima di due episodi di intimidazione. Almeno questo riferisce il suo presidente Ferdinando Armeni, a cui, a distanza di pochi giorni, avrebbero fatto recapitare due biglietti anonimi con cui si invita alla chiusura delle attività sportive della squadra; nel secondo le minacce sarebbero rivolte anche alla sua bambina. In più, viene bucata una ruota della sua auto. In pieno giorno e nonostante le telecamere sparse per la cittadina.

Armeni denuncia subito l'accaduto alle autorità, annunciando l'immediato ritiro della squadra dal campionato. La notizia giunge prontamente alle testate giornalistiche che, siccome succede a Locri, si sentono autorizzate a diramare notizie dettate dal pregiudizio e destituite, almeno per il momento, di ogni fondamento. "La mafia minaccia lo Sporting Locri", "Lo Sporting Locri vittima della 'ndrangheta" sono alcuni dei titoli che si leggono sui più importanti quotidiani nazionali. Perché i giornalisti sanno che il sensazionalismo non delude mai le aspettative di vendita. Arriva persino il pezzo de L'Espresso firmato da Lirio Abbate, giornalista sotto scorta che le modalità mafiose dovrebbe conoscerle bene, a raccontarci che la 'ndrangheta brutta e cattiva ha arrestato la gloriosa carriera sportiva di 10 calciatrici. Pure il Presidente non riesce a trovare un nesso ma, come per Platì, anche qui, prima che qualcuno si decida a raccontare la verità, comincia la gara a chi si sfrutta prima e meglio l'onda mediatica.

Tutti, stracciandosi le vesti, vogliono che la squadra torni in campo il prossimo 10 gennaio, ma Armeni ha gettato l'ancora e bisogno rilevare la squadra. La prima a farsi avanti è Adriana Musella, madrina di "Riferimenti", associazione chiaramente antimafia. Ma succede addirittura l'impensabile. Il Prefetto di Reggio Calabria assegna la scorta ai dirigenti della squadra e ordina il controllo del palazzetto dello sport in cui le ragazze si allenano. Roba da guiness dei primati, considerato, ad esempio, che Nello Trocchia, giornalista pesantemente minacciato, aspetta di avere la scorta da mesi, e che a Michele Inserra, anch'egli minacciato dall'esponente di una potente cosca, gli viene intensificata la vigilanza presso la sua abitazione e quella dei suoi familiari solo qualche giorno fa, dopo che i fatti erano avvenuti nel marzo scorso.

Si è mobilitato lo sport, i suoi più alti dirigenti e persino quel Pd che snobba scioperi della fame e sentenze del Consiglio di Stato laddove non fanno notizia. O non devono. Da tre giorni la Calabria ha dimenticato tutti i suoi problemi per stringersi attorno allo Sporting Locri, ha dimenticato pure che la vigilia di Natale i giornalisti calabresi Pietro Comito e Francesco Mobilio e l'avvocato Marco Talarico hanno ricevuto, tramite lettera, tre bossoli di pistola ciascuno per aver osato "impicciarsi" di fatti in cui non avrebbero dovuto. Storie acclarate di mafia e di mafiosi. Ma per loro non si sono mossi neppure certi colleghi, figurarsi finire al Tg1 per una pallottola calibro 7.65 o aspettarsi che la calabra antimafia di facciata si scomodasse più di tanto.

Talmente è l'enfasi per la storiella del team femminile minacciato che tutti, dai dirigenti ai giornalisti, passando per i politici, dimenticano la cosa principale: non c'è un solo indizio che possa ricondurre ad una intimidazione mafiosa. E molto probabilmente non lo è. Forse è il gesto di un idiota, di un mitomane, di un malato, ma non di un mafioso. Che sebbene rimanga allo stesso modo un atto vile e balordo, è ben altra cosa. La gente, dal canto suo, non si pone domande e crede a tutto ciò che le viene propinato, così ognuno cerca di farsi pubblicità come può.

Sul sito della squadra invece si legge: "Chiuso per dignità". Ma la dignità, seppure si trattasse di 'ndrangheta, non si acquista abbassando la testa di fronte alle intimidazioni. Immaginarsi cosa accadrebbe se ogni giornalista smettesse di scrivere ad ogni minaccia. Ma tant'è. I calabresi hanno capito che la 'ndrangheta è come la 'nduja: sta bene su tutto. Per di più, con un po' di fortuna, arriva pure la notorietà. E allora, giustamente, raccontare la verità non conviene più a nessuno.

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Francesca Lagatta

Giornalista dal 2015, ha studiato psicologia presso l’Università Federico II di Napoli cominciando a collaborare fin da subito per alcuni giornali locali della Calabria. Collabora con Alganews, Hi Tech Paper, Notìa e Identità Insorgenti, La Sia Press, Echi del golfo, Diogene Moderno e la rivista satirica Soppressatira. In passato ha scritto per il blog L’Ora siamo Noi ed è stata corrispondente per il quotidiano La Provincia di Cosenza. Nell'aprile scorso ha partecipato al programma ideato e diretto da Antonella Grippo su Vive voce Tv, “Perfidia. Che fai, mi cacci?”. Attualmente è addetta stampa per l'associazione nazionale contro la pedofilia clericale, "Rete L'ABUSO ONLUS", e per l'associazione nazionale "Una lotta x la vita", che si occupa di bambini disabili. Da qualche giorno risulta corrispondente del giornale L'Ora, quotidiano tra i più antichi d'Italia. 

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