Mercoledì, 23 Dicembre 2015 16:06

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GIANCARLO ELIA VALORI

Honorable de l’Academie des Sciences de l’Institut de France

Saggio sulla unione saudita – sunnita

Dicembre 2015

A metà di questo mese di dicembre 2015, per l'esattezza il 14 u.s., i sauditi hanno annunciato la costituzione di una vasta alleanza anti-ISIS che comprende 34 Paesi del Golfo, del Medio Oriente, dell'Africa e dell'Asia. L'antefatto della grande coalizione sunnita che contenderà, tra non molto, il potere e l'egemonia regionale e globale alla grande unione sciita che ha come suo riferimento l'Iran. Quindi, si tratta di una alleanza tra Arabia saudita, Bahrein (che è a maggioranza sciita ma è comandato da un gruppo sunnita) Bangla Desh, il "bengala libero" che è ancora uno dei più bei successi del KGB nel subcontinente indiano, il Benin, il Ciad, le Isole Comore, la Costa d'Avorio, Gibuti, Egitto, il Gabon, Guinea, Giordania, Kuwait, Libano, che ha una maggioranza sciita a sud, Libia, Malesia, le Maldive, il Mali, il Marocco, la Mauritania, il Niger, la Nigeria, il Pakistan, che ebbe la sua bomba atomica grazie ai soldi di Riyadh, la Palestina, nel senso dell'ANP, il Qatar, il Senegal, la Sierra Leone, la Somalia, il Sudan, il Togo, la Tunisia, la Turchia, gli Emirati Arabi Uniti e lo Yemen.

  Molti tra questi Paesi sono stati spesso giustamente accusati di sostenere il Califfato di Al Baghdadi, (Qatar, Turchia) molti subiscono una guerra civile su linee etno-religiose (gli Houthy sciiti  in Yemen) molti altri sono da sempre un punto di riferimento per la lotta anche occidentale contro il jihad (Tunisia, Egitto, Marocco). Ma qual'è quindi il senso di questa Santa Alleanza sunnita? Sono stati esclusi l'Iraq e la Siria che, comunque vada, sono  a maggioranza sunnita il secondo e con una grande minoranza sunnita il primo, come peraltro accade anche ad altri Paesi che invece fanno parte della Coalizione. In che rapporto quindi questa nuova alleanza incentrata sui sauditi modificherà la strategia delle altre alleanze già attive nell'area? Riyadh fa già parte della Coalizione a guida USA operante in Siria contro i jihadisti e i militanti del Calliffo, Gli USA, peraltro, sono favorevoli all'alleanza di 34 nazioni islamiche, ma si tratta di vedere come questa nuova configurazione degli equilibri strategici nel Golfo e nel Grande Medio Oriente giustificherà la nuova corsa agli armamenti iraniana dopo l'accordo del P5+1 che, come ho già dimostrato, non elimina affatto i pericoli di una nuclearizzazione di Teheran.

  Certo, l'Arabia Saudita può contare su un tacito accordo di Israele per contrastare il nemico più grande e vicino, l'Iran, ma la  dirigenza di Gerusalemme sa bene che l'accerchiamento da parte della nuova alleanza militare antiterrorismo sponsorizzata dai sauditi può rapidamente strangolare lo Stato Ebraico, mentre gli USA si stanno palesemente allontanando dal Grande Medio Oriente, ipnotizzati dal loro shale oil. 

 Se, quindi, il futuro della Siria post-califfale sarà, come è oggi estremamente probabile, un suo frazionamento su linee etno-religiose, avremo un "Alawistan" sulla costa mediterranea del Paese, collegato strettamente con la Federazione Russa e con l'Iran. D'altra parte, fu proprio l'Imam Mussa Sadr ad essere prelevato da Roma e poi ucciso per aver dichiarato che gli alawiti potevano essere considerati sciiti...Il senso dell'Alawistan sarà quello di permettere alla Russia la presenza stabile e completa della sua flotta militare in tutto il Mediterraneo, Nel centro della Siria vi sarà con ogni probabilità un "Sunnistan" collegato proprio all'Arabia Saudita e alla Coalizione dei 34, che avrà senso strategico solo se riuscirà a comprimere e a bloccare l'influenza iraniana in Mesopotamia. Poi, vi sarà uno Stato cuscinetto formato dai curdi, che manterranno la loro autonomia e, se è del caso, combatteranno contro l'Iran da un lato e contro la Turchia dall'altro. 

 Una frantumazione della Siria che genererà staterelli privi di autonomia economica, di sostanza politica, di stabilità e, quindi, di utilità per chi li voglia utilizzare nello scacchiere mesopotamico. L'Iran potrebbe poi giocare la "carta dell'Est", espandendosi verso l'Asia Centrale, dove le zone sciite sono molte, Diverrebbe in questo caso il power broker tra Russia e Cina nella Shangai Cooperation Organization, a guardia della nuova "Via della Seta" programmata da Xi Jinping per far uscire la Cina dal suo isolamento geopolitico e geografico, in direzione del Mare Regionale del futuro, il Mediterraneo. 

  L'Unione Europea, che conta quanto il due di briscola, sarà quindi costretta a rimeditare una politica coerente e razionale per il Grande Medio Oriente, ben oltre le parole sulla "stabilizzazione" e la "pacificazione" che, lo abbiamo già visto, generano solo il loro contrario. 

  Gli USA dovranno, se vogliono contrastare davvero Russia e Cina, ricostruire il loro circuito dei petrodollari con Riyadh, nato fin dalla Guerra dello Yom Kippur, altrimenti la nuova finanza cinese  e russa, che vuole escludere progressivamente la moneta statunitense dal commercio globale, il che accadrà quando il rublo e il renmimbi saranno completamente convertibili. La proposta di una "nuova Bretton Woods" è ormai un refrain della banca di emissione cinese. E' quindi dalla Siria che passa la definizione dei nuovi equilibri globali.

Giancarlo Elia Valori

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Giancarlo Elia Valori

Presidente onorario di Huawei technologies Italia, ha già ricoperto la presidenza di numerose società come Sviluppo Lazio,  Torno Internazionale S.p.a, Autostrade per l’Italia Spa, SME (Società Meridionale di Elettricità), UIR (Unione Industriali di Roma).  Dal 2006 al 2011 è stato presidente di Sviluppo Lazio, holding di controllo di tutte le società partecipate dalla regione, e dell’impresa edilizia Torno Internazionale Spa.  È inoltre presidente della holding La Centrale Finanziaria Generale Spa, nonché dal 2009 è presidente della
delegazione italiana della Fondazione Abertis. Docente universitario e attento osservatore della situazione politica ed economica globale, ha ottenuto diversi riconoscimenti internazionali; a testimonianza del suo impegno di studioso e pubblicista è stato insignito di numerosi premi, tra cui il Premio Internazionale della Cultura dalla International Immigrants Foundation delle Nazioni Unite, nonché del Gran Premio Letterario 2011 dal Consiglio Mondiale del Panafricanismo. Contribuì nel 1985 alla liberazione di tre ostaggi in Iran. Come “ringraziamento per il forte impegno profuso nella costruzione di una giusta pacificazione nel mondo, l’università ebraica di Gerusalemme gli ha affidato la presidenza della “Cattedra della pace e della cooperazione regionale” unitamente alla direzione di uno specifico corso nella facoltà di Giurisprudenza, aperto a studenti sia
ebrei che arabi, mentre la Università di Pechino, il prestigioso ateneo per i futuri dirigenti cinesi, lo ha nominato titolare della “Cattedra per la pace, la sicurezza e lo sviluppo internazionale”. 

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