Martedì, 29 Dicembre 2015 13:03

USA: record decessi per overdose, ma il governo è complice In evidenza

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Un breve articolo di qualche giorno fa su Quartz segnala che negli Stati Uniti tra il 2000 e il 2014 sono morte per overdose quasi mezzo milione di persone. Secondo gli ultimi dati pubblicati dai Centri di Controllo e Prevenzione delle Malattie i decessi sarebbero per la precisione 499.446, di cui più di 47.000 persone nel solo 2014, con un incremento del 7% rispetto all’anno precedente e in ogni caso il numero più alto mai registrato.

A preoccupare sono soprattutto i casi di overdose di eroina, più che triplicati nell’ultimo quadriennio. Lo scorso anno il tasso aggiustato per età delle morti causate da oppiacei è aumentato del 14% nel 2014, stabilendo un nuovo record.

Recentemente alcune testate come il New York Times e NJ.com hanno messo in luce la crescente diffusione del consumo d’eroina nelle comunità suburbane come Staten Island, New York e alcune zone del New Jersey. Come evidenziato nella mappa, i più alti tassi di decesso per overdose nel 2014 si sono registrati negli Stati del West Virginia, Pennsylvania, Ohio, Utah, Kentucky e New Mexico.

Prendiamo in considerazione il periodo di riferimento - tra il 2000 e il 2014 - e proviamo a formulare una riflessione non convenzionale.

Nel 2001, come sappiamo, gli Stati Uniti occuparono militarmente l’Afghanistan in risposta ai noti attentati dell’11 settembre. Molto si è detto e scritto a proposito delle ragioni alla base di quell’occupazione. Tra le tante interpretazioni, anni fa il (purtroppo) defunto sito Peacereporterne offriva una che alla luce dei dati sopraesposti vale forse la pena rivalutare.

Peacereporter spiegava la decisione di occupare l’Afghanistan con la necessità di riavviare la produzione di oppio (di cui il Paese è primo produttore ed esportatore su scala globale) dopo che nel luglio del 2000 il Mullah Omar aveva vietato nella speranza di guadagnarsi il riconoscimento internazionale.

Che gli Stati Uniti abbia promosso in passato - tramite la Cia - la produzione e il traffico di droga nelle aree in cui operava è un dato storico acquisito, per quanto poco ricordato, e l’Afghanistan non fa eccezione. La coltivazione su vasta scala di papaveri da oppio a Kabul era iniziata negli anni Ottanta nei territori controllati dai mujaheddin antisovietici armati dall’intelligence americana, raggiungendo livelli altissimi nel decennio successivo sotto il regime talebano, quando Kabul ha scalzato dal primato mondiale il cosiddetto Triangolo d’Oro in Indocina le cui piantagione si erano sviluppate durante la guerra in Vietnam (anche qui sotto il controllo della Cia).

Dopo l’invasione del 2001 la produzione e lo smercio di oppio afgano (e dunque dell’eroina) sono ripresi a livelli mai visti, polverizzando in pochi anni i record dell’epoca talebana. sa e Nato, continua Peacereporter, anziché impegnarsi nella lotta al narcotraffico, hanno sostenuto noti signori della droga, tra cui il fratello di Karzai, Ahmed Wali, risultato poi essere sul libro paga della Cia. L’agenzia d’intelligence americana avrebbe in sostanza appaltato produzione e lavorazione di droga al narcostato guidato da Karzai, proteggendo le rotte di smercio via terra (Pakistan, Iran e Tajikistan) e gestendo direttamente il trasporto aereo all’estero su cargo militari Usa diretti nelle basi americane in Kirghizistan, Turchia e Kosovo, salvo appaltarlo a contractors privati.

Sono in molti - tra i quali Roberto Saviano nel suo libro Zero zero zero) che gli enormi capitali derivanti dal riciclaggio dei proventi del narcotraffico costituiscano la linfa vitale che garantisce la sopravvivenza del sistema economico americano e occidentale in momenti di crisi, come già spiegato nel 2009 dall’italiano Antonio Maria Costa, all’epoca direttore generale dell’Ufficio delle Nazioni Unite per la droga e la criminalità (Unodc), .

Fantascienza? No, se pensiamo al doppio gioco che alcuni pezzi degli Usa svolgono da tempo nel vicino Messico, dove la narcoguerra tra cartelli e governo centrale sta dilaniando il Paese da anni. Nel 2011 un’inchiesta del New York Times ha rivelato che agenti della Dea americana e forze dell’ordine messicane avevano aiutato i cartelli della droga messicani a riciclare denaro proveniente dal traffico di droga.

Denaro poi entrato nei circuiti finanziari ordinari grazie alla compiacenza di alcuni colossi bancari occidentali e in particolare modo statunitensi, come dimostrato da una serie di indagini condotte negli anni successivi che hanno stabilito la colpevolezza degli istituti per non aver indagato sulla provenienza del denaro sporco.

I dati sui decessi per overdose diffusi pochi giorni già rappresentano l’ultimo capitolo di una storia, quella del narcotraffico, in cui per troppe volte gli Usa sembrano essere stati pompieri e, al tempo stesso, piromani.

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Luca Troiano

Laureato in Giurisprudenza ed in Economia e Finanza. E’ Avvocato Penalista e Civilista ed esperto in diritto bancario. Si è sempre interessato di geopolitica ed ha fondato per passione il blog “GEOPOLITICAMENTE”, uno dei più visitati in Italia.

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