Mercoledì, 04 Novembre 2015 15:02

Perchè la Cina ha abbandonato la politica del figlio unico? In evidenza

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Pechino ha deciso di abolire la politica del figlio unico, introdotta con una legge del 1978, poi implementata nel 1980, per puntare ad un controllo strategico del volume demografico di uno dei Paesi più popolosi al mondo. Il partito comunista cinese ha eliminato così ogni tipo di restrizione esercitata sulle scelte riproduttive delle coppie.

Alle famiglie veniva imposto di mettere al mondo un solo figlio. Solo alle coppie che occupavano le zone rurali - la maggioranza - veniva concesso di avere una seconda 'opportunità', nel caso in cui il primogenito fosse una femmina. Nelle campagne infatti l'esigenza di avere un maschio che fornisse maggiore aiuto nei lavori agricoli ha spinto Pechino ad allentare il pugno di ferro al controllo delle nascite.

La decisione è stata annunciata lo stesso giorno in cui il regime comunista ha annunciato il suo XIII Piano quinquennale per il lustro 2016-2020; e rappresenta un passo ulteriore nell'allentamento delle rigide politiche demografiche, iniziato nel 2013 quando si era ampliato il numero delle eccezioni in cui una coppia poteva avere due figli. Ma quella ‘svolta’ aveva avuto finora un effetto limitato, perché non si applicava in tutto il territorio e molte coppie preferiscono comunque avere un solo figlio per ragioni economiche.

Di fatto, le riforme avviate due anni fa non hanno incentivato la popolazione a incrementare la prole: a fine maggio 2015 meno di un milione e mezzo di coppie (il 13% degli aventi diritto) ha fatto domanda per usufruire di questa possibilità. Per dinamiche in parte simili a quelle di molti altri Paesi di antica o recente industrializzazione, in parte interne alla società cinese, il Paese ha rallentato la sua crescita fino ad avere oggi una media di 1,18 nati per famiglia contro una media globale di 2,5. Lo scorso anno sono nati 3,9 milioni di cinesi in meno dei 20 milioni previsti e da inizio 2015 solo 1,45 milioni di coppie su 11 milioni aventi diritto a un secondo figlio hanno chiesto il 'via libera' alle autorità. In questa situazione, è previsto che la popolazione slitti da 1,37 miliardi della fine 2014 a 1,3 miliardi netti nel 2050.

Nel 2011, il governo di Pechino annunciò che la ‘one-child-policy’ era stata un successo, poiché aveva evitato che venissero al mondo oltre 400 milioni di bambini. Uno studio pubblicato l'anno precedente però smentiva questa tesi: secondo Cai Young (docente all'università del Nord Carolina) e Wang Feng (direttore del Brookings-Tsinghua Center for Public Policy), il contenimento non aveva superato i 200 milioni di nascituri, come dimostrerebbe il confronto tra il tasso di fertilità registrato nel 1979 e quello del 2009: rispettivamente del 2.75 e dell'1,7.I due autori osservano che la manovra non è stata tanto utile quanto le autorità speravano: oltre ad aver introdotto una 'ratio di genere', che ha spinto molte famiglie a preferire il maschio alla femmina, i dati dimostrano che altri fattori hanno 'gestito' meglio il controllo riproduttivo dei cinesi: tra il 1970 e il 1979 si è registrato una riduzione molto più consistente incoraggiata dalle difficili condizioni economiche delle famiglie, e da quelle riforme sociali che rendevano la famiglia 'a nucleo ristretto' un modello più accattivante.

L'obiettivo è correggere due fondamentali distorsioni. La prima è il preoccupante squilibrio di genere: in Cina ci sono 116 uomini ogni 100 donne, tanto che «un accademico cinese qualche settimana fa si è spinto fino a proporre di avere delle mogli 'in condivisione’. In Cina c'è una tradizione paternalistica, e negli anni si è diffusa la pratica degli aborti illegali, con i quali dopo delle diagnosi prenatali, si 'selezionavano’ i figli maschi. Con la nuova politica annunciata da Pechino questa pratica potrebbe definitivamente essere abbandonata, anche se è impossibile prevederlo con certezza.

La seconda è l'inesorabile invecchiamento della popolazione. Se il calo della popolazione giovane e di quella in età produtiva rischia di togliere ossigeno all'economia nei prossimi decenni a vantaggio della rivale India e di altri attori in via di sviluppo, l'invecchiamento della popolazione getta ombre lunghe sulla sostenibilità di un sistema di welfare ancora precario che necessita insieme di miglioramento e risorse crescenti. Si prevede infatti che «nel 2030 ci saranno 360 milioni di cittadini sopra i 60 anni», pari a un quinto della popolazione in età pensionistica, e «ciò espone il Paese a rischi concreti per il business del futuro», oltre a mettere in pericolo il sistema degli ammortizzatori sociali che «non regge», come quelli della previdenza e del sanitario. La popolazione cinese comincerà a contrarsi entro un decennio, forse nel 2020. Vari indizi suggeriscono che la forza lavoro abbia raggiunto il suo picco già nel 2010 - sei anni prima rispetto alle stime del governo. Tra non molto, ogni lavoratore dovrà sostenere due genitori e quattro nonni.

C’è un altro inquietante aspetto. Quella che ufficialmente era stata una politica mirata a bilanciare popolazione e risorse, è stata nei fatti uno degli strumenti di controllo dei cittadini, penalizzati e sovente punti in caso di mancato rispetto delle regole ufficiali.

La ‘one-child-policy’ era ormai diventata insostenibile, sia sul piano economico-produttivo, sia su quello sociale. Più figli significano più forza lavoro e più consumi interni: insomma, non c'è nessun ‘romanticismo etico’ nella decisione del partito comunista cinese. Al momento, però, nessuno può allo stato delle cose sapere quali saranno gli effetti sul medio e lungo termine della svolta annunciata. L’aumento del costo della vita ha portato infatti al calo del tasso di fertilità, e a prescindere dalla legge del figlio unico, al momento i cinesi non hanno molta voglia di ingrandire il nucleo familiare.

Letto 1198 volte Ultima modifica il Giovedì, 05 Novembre 2015 02:51
Luca Troiano

Laureato in Giurisprudenza ed in Economia e Finanza. E’ Avvocato Penalista e Civilista ed esperto in diritto bancario. Si è sempre interessato di geopolitica ed ha fondato per passione il blog “GEOPOLITICAMENTE”, uno dei più visitati in Italia.

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