Mercoledì, 11 Novembre 2015 14:09

Il "non senso" della democrazia in Egitto In evidenza

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La democrazia non si risolve solo nel mero rituale delle elezioni, ma le elezioni - o meglio le condizioni in cui queste hanno luogo - sono quasi sempre un indice fedele dello stato di salute di una democrazia. Quelle parlamentari in Egitto - le seconde dalla caduta di Mubarak nel 2011 - ad esempio, restituiscono l’immagine di una democrazia malata, per non dire già passata a miglior vita. Come si aspettavano quasi tutti, infatti, la prima fase del voto indica che proprio il partito del presidente (controllato dai servizi segreti) dominerà il prossimo parlamento.

Si è votato in 14 province sulle 27 totali del Paese. Alle urne si sono presentate nove liste, ma la maggior parte dei circa cinquemila candidati appoggia la coalizione Per amore dell’Egitto, guidata da Sameh Seif Elyazal, ex funzionario dei servizi segreti, che fa capo al generale divenuto poi presidente Abdel Fattah al Sisi. La formazione include anche importanti uomini d’affari e ex membri del Partito nazionale democratico (sciolto nel 2011) dell’ex presidente Hosni Moubarak. Tanto per avere un’idea su cosa sia cambiato a quattro anni dalle dimostrazioni di massa di Piazza Tahrir.

I risultati ufficiali del primo turno sono previsti per il 30 ottobre, ma si sa già che a Hurgada, ad esempio, Per amore dell’Egitto ha ottenuto 21.890 voti contro gli 8.777 di Nedaa Misr. Dieci partiti appoggiano il presidente, tra cui il liberale ‎Wafd, il Futuro della Nazione, il partito Egiziani liberi fondato dall’imprenditore Naguib Sawiris, quello dei Conservatori e il partito di Riforma e sviluppo. 

Una votazione in cui a saltare all’occhio sono tre aspetti. Il primo è la bassa affluenza: si è recato alle urne il 30% della popolazione mentre il dato è sceso anche al 15% nelle aree più remote del Paese.

Il secondo sono i motivi con cui i media statali hanno cercato di giustificarla: si va dalla consulente presidenziale che ha commentato l’astensione dei giovani dando la colpa alle loro madri ai presentatori di talk show hanno sostenuto che sono stati l’amore e la fiducia degli elettori nei confronti del presidente Sisi ad averli tenuti lontani dalle urne, dagli opinionisti che hanno dato la colpa al caldo a un conduttore televisivo secondo cui “gli egiziani sono troppo impegnati a visitare siti porno” per recarsi alle urne. Qualcun altro si è salvato in calcio d’angolo chiosando:  “a che serve un parlamento quando hai Sisi?”. Nessuno però che abbia interpretato il deserto delle urne come inevitabile riflesso della desertificazione dello spazio politico.

Le lunghe code ai seggi a cui si era assistito alle elezioni del 2012 sono ormai un pallido ricordo. A fare da contraltare ci sono le strade del Cairo addobbate con poster, striscioni e cartelli, l’alta commissione elettorale che lavora a pieno ritmo e la polizia, l’esercito e le oltre mille persone dell’apparato giudiziario impiegate per garantire la sicurezza e la regolarità delle operazioni. Una “gioiosa” macchina operativa messa in moto per testimoniare un entusiasmo che non c’è.

Il terzo aspetto, infine, è il boicottaggio da parte di diverse formazioni di opposizione, tra le quali El Dostour e Karama, che hanno deciso di non partecipare al voto in aperta polemica col governo, convinti che il sistema elettorale favorisca i candidati indipendenti piuttosto che i partiti e che l’esito finale sarà semplicemente una conferma dell’attuale regime.

Il nuovo parlamento sarà composto da 568 rappresentanti, 448 dei quali scelti su base individuale e 120 attribuiti alla coalizione vincente con sistema maggioritario. In teoria la Costituzione del 2014 gli riserva un potere notevole: potrà mettere in stato d’accusa il presidente, porre interrogazioni al primo ministro e, nel caso, revocargli la fiducia. Tutte le leggi dovranno inoltre essere approvate dall’assemblea. Elyazal anche ha promesso che la futura assemblea cercherà di emendare la Costituzione al fine di ridurre i suoi poteri e le sue prerogative nei confronti dell’esecutivo.

Ma dopo che i Fratelli musulmani, principale formazione d’opposizione, sono stati messi fuorilegge dopo il colpo di Stato del 2013, è quasi scontato che l’assemblea sarà piena di sostenitori del presidente, più interessato al ritorno dello status quo che alla costruzione di una nuova democrazia.
Inoltre, sempre la Costituzione impone che il parlamento approvi o respinga queste leggi entro due settimane dalla sua formazione. In assenza di un parlamento dal giugno 2012 - quando un tribunale ha dissolto la camera principale, vanificando uno dei principali risultati di Paizza Tahrir - Sisi si è attribuito l’autorità legislativa, emettendo decreti che gli oppositori considerano liberticidi. Provvedimenti che la futura assemblea sarà chiamata a ratificare. Con così tante norme da discutere in così poco tempo, ai deputati verrà fatta pressione affinché approvino automaticamente tutti i decreti per evitare una crisi costituzionale. Stesso discorso varrà in seguito, quando si tratterà di discutere l’approvazione di leggi ordinarie. Selif Elyazal è favorevole a questo approccio, ma i pericoli per la tenuta democratica delle istituzioni sono evidenti. Il Cairo avrà un parlamento ridotto a un mero compito ancillare rispetto alla volontà del sovrano, unico vero depositario di ogni potere.


Davvero un brutto epilogo per una rivoluzione popolare iniziata quasi un lustro fa e che mai, al di là della ribalta mediatica, ha recitato un ruolo di primo piano sulla scena politica egiziana. Nei fatti non è mai stata in grado di riempire il vuoto di potere che lei stessa aveva creato. E quando i media di un Paese devono spingersi sino ai confini della realtà - e del ridicolo - per spiegare la rassegnata disaffezione dei suoi elettori, è facile capire come la sconfitta della rivoluzione si sia trasformata in un annientamento della politica. E di conseguenza, in un non-senso della democrazia.

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Luca Troiano

Laureato in Giurisprudenza ed in Economia e Finanza. E’ Avvocato Penalista e Civilista ed esperto in diritto bancario. Si è sempre interessato di geopolitica ed ha fondato per passione il blog “GEOPOLITICAMENTE”, uno dei più visitati in Italia.

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