Martedì, 22 Dicembre 2015 14:49

Tattica e strategia del grande Medio Oriente In evidenza

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GIANCARLO ELIA VALORI

Honorable de l’Academie des Sciences de l’Institut de France

Tattica e Strategia nel Grande Medio Oriente

Dicembre 2015

  Quando, il 29 giugno del 2013, il califfato di Al Baghdadi distrugge simbolicamente una indicazione della linea di confine del vecchio Trattato Sykes-Picot del 1916-'17, esso afferma, senza saperlo, il suo vero significato geopolitico.

 Il lungo e complesso trattato tra Francia e Gran Bretagna, che interseca e modifica le azioni in loco di Luis Massignon e Lawrence d'Arabia, disegna la dislocazione delle spoglie dell'Impero Ottomano, l'unico vero obiettivo della Prima Guerra Mondiale.

 Il petrolio è un accessorio, importante certo, ma tutto sommato secondario, nella Grand Strategy britannica, perché qui si tratta di congiungere al potere di Londra nel Mediterraneo la sponda di terra verso l'India e l'Oriente asiatico, vero asset primario degli inglesi, in termini di materie prime e di egemonia sul commercio mondiale.

 La Prima Guerra Mondiale inizia con un casus belli in Serbia, la porta occidentale dell'impero d'oriente.

 Gli alleati anglofrancesi, e poi americani, sacrificano all'obiettivo d'Oriente perfino la Russia zarista,  che nelle carte riservate dell'Ammiragliato britannico viene indicata con la formula “adatta ad esperimenti socialisti”, già nel 1910.

 Alla fine della guerra fredda,  si passa da Al Qaeda al Sulbah,  (l”la base solida”) creata da Abdullah Azzam, l'imam giordano-palestinese affiliato alla Fratellanza Musulmana nel 1987-'88 alla semplice “base”, Al Qaeda, di oggi ormai un Califfato, c'è una continuità strategica e operativa.

 Il testo di Azzam che viene lodato da tutti i principali Imam sunniti dell'epoca inizia proprio con una frase rivelatrice: “Oggi non abbiamo il Califfato”.

  Ed è proprio  Azzam crea anche il gruppo pakistano Lashkar-e-Taiba, che opera come supporto, in relazione con i Servizi di Islamabad per i mujaheddin che vengono a combattere il jihad in Afghanistan contro i sovietici.

 E' proprio da questo gruppo, fusosi con uno sconsolato Bin Laden, lasciato solo dai Servizi pakistani e sauditi,  che nasce l'Al Qaeda che conosciamo. 

  Il jihad globale, questo lo hanno imparato a loro spese, gli islamisti non lo possono reggere oggi secondo le vecchie regole di Bin Laden: ovvero una rete informale,  nata da un database informatico di militanti del jihad afghano, che opera senza retroterra statuali, salvo qualche “aiuto” sunnita.

 Oggi siamo alla fase due di quello che già Abdullah Azzam prospettava quando parlava della “base solida”, di Al Qaeda al sulbah.

 Ovvero, il Califfato di Al Baghdadi è una delle “solide” risposte alle stesse domande di Bin Laden, in un contesto diverso, e reso appunto differente anche dall'azione del jihad sian in Medio Oriente che tra gli “infedeli” occidentali.

 La nuova geopolitica dell'area, ancora punto di collegamento tra la civiltà occidentale e una rinata Asia centrale, sarà con ogni probabilità questa:

 a) vi sarà una lotta, già evidente peraltro, per l'egemonia islamica tra Iran, capofila degli sciiti, e Arabia Saudita, riferimento dei sunniti, che ha per oggetto la dominazione su tutto il Grande Medio Oriente e il Mediterraneo meridionale e orientale, per controllare i consumi di petrolio e gas naturale e gli investimenti di entrambi per diversificare le loro economie, entrambe oil based.

 b) chi vincerà tra sunniti e sciiti chiuderà a discrezione la linea di comunicazione tra penisola eurasiatica e Asia, gestendo militarmente la nuova Via della Seta tra Mediterraneo meridionale e Cina.

  c)Il jihad ha sempre avuto una spinta universalistica. La “corona della Profezia” non ammette, né può farlo, il confronto con altre religioni o culture politiche.

Pertanto  la intermediazione obbligatoria dell'Islam sulla relazione-chiave tra Europa e Cina, come ai tempi dell'Impero romano, presuppone la penetrazione della religione coranica anche tra i kuffar, gli “infedeli”.

  d) La Federazione Russa sarà spinta dalla compattazione dell'universo islamico sia verso la Cina che nella direzione della penisola eurasiatica. In questa torsione strategica Mosca potrebbe essere tentata di riprendere la sua egemonia, stavolta non territoriale, ma geoeconomica e militare, nei confronti dell'area orientale dell'Unione Europea, con effetti oggi imprevedibili.

  e)  La Cina può reagire con una proiezione di potenza, non solo economica, dall'Asia Centrale sinica verso il Grande Medio Oriente, per tutelare l'autonomia delle sue linee di rifornimento del greggio e per proteggere la nuova Via della Seta che la lega ai suoi mercati primari di riferimento.

    f) Questo, come già avviene oggi, potrà rafforzare i legami tra la Federazione Indiana e Pechino, in funzione antislamica e in collegamento con la Russia per il controllo delle aree dal Daghestan alla Cecenia che possono portare l'infezione jihadista fino all'interno della Russia, separando l'area maggiormente popolata, quella ai confini della penisola eurasiatica, da quella intermedia e siberiana.

   g) Sarebbe la fine della Russia e, soprattutto, la creazione di una dipendenza geoeconomica di Mosca verso quello che rimane dell'Unione Europea.

     h) Gli USA tratterebbero con chi vincerà la partita dell'Islam nel Grande Medio Oriente una nuova special relationship, come quella che Kissinger negoziò con i sauditi alla fine della guerra dello Yom Kippur. A parte la gestione del flusso dei petrodollari, Washington necessita di una potenza che controlli l'espansione di UE, Federazione Russa e che possa arrivare ai confini della Cina.

  Naturalmente, gli USA sono egualmente interessati sia al compattamento di una rete di controllo della nuova Via della seta che ad una tattica di divide et impera nell'area del nuovo califfato, sciita o sunnita che sia.

   i) L'unica minaccia credibile al nuovo Califfato, blocco e “tappo”  per la  penisola eurasiatica, verrà da Nord Ovest, con l'asse russo-caucasico, e dai mari meridionali, con l'asse cinese e indiano, che faranno da containment marittimo dell'area islamista e da controllo terrestre del Kashmir, altra futura spina irritativa del jihad.

   Giancarlo Elia Valori

     

Letto 1210 volte Ultima modifica il Martedì, 22 Dicembre 2015 15:50
Giancarlo Elia Valori

Presidente onorario di Huawei technologies Italia, ha già ricoperto la presidenza di numerose società come Sviluppo Lazio,  Torno Internazionale S.p.a, Autostrade per l’Italia Spa, SME (Società Meridionale di Elettricità), UIR (Unione Industriali di Roma).  Dal 2006 al 2011 è stato presidente di Sviluppo Lazio, holding di controllo di tutte le società partecipate dalla regione, e dell’impresa edilizia Torno Internazionale Spa.  È inoltre presidente della holding La Centrale Finanziaria Generale Spa, nonché dal 2009 è presidente della
delegazione italiana della Fondazione Abertis. Docente universitario e attento osservatore della situazione politica ed economica globale, ha ottenuto diversi riconoscimenti internazionali; a testimonianza del suo impegno di studioso e pubblicista è stato insignito di numerosi premi, tra cui il Premio Internazionale della Cultura dalla International Immigrants Foundation delle Nazioni Unite, nonché del Gran Premio Letterario 2011 dal Consiglio Mondiale del Panafricanismo. Contribuì nel 1985 alla liberazione di tre ostaggi in Iran. Come “ringraziamento per il forte impegno profuso nella costruzione di una giusta pacificazione nel mondo, l’università ebraica di Gerusalemme gli ha affidato la presidenza della “Cattedra della pace e della cooperazione regionale” unitamente alla direzione di uno specifico corso nella facoltà di Giurisprudenza, aperto a studenti sia
ebrei che arabi, mentre la Università di Pechino, il prestigioso ateneo per i futuri dirigenti cinesi, lo ha nominato titolare della “Cattedra per la pace, la sicurezza e lo sviluppo internazionale”. 

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